Al mè parlaa

(U üsa una grafia püse ledina (it:facile) per fa capì i son de la lengua insubrica a un qualsessia maderlengua talian)

Incö se pöda pensà che al dialett al  sia inütil perchè tücc vören parlà in ingles, per capìs cun tuta l’altra gent del mund, e quest l’è anca vera, ma la resta una roba frègia, sensa culur, sensa emusion. Pénsa inveci se in mèss a gent che parla ingles ta sentis parla al tu dialett, al me capità propri a mi. Vint’ann faa, o giù de lì, sevi in Argentina e una sera, in mès al rebelott  d’un casinò, u sentì dü spusìn de se-     tant ‘ann a parlà al me dialett. Ma s’è slargaa al cör e tütt’insema u sentì al prufüm del fenn, de la tèra bagnà dal tempural e di fiur del sambüg e di papalacc; u vist i prà, i mergunà, i pubbiè e al Tésin; u sentì el cantà de la scìgaa e del rusignö, al süfilaa del merla; al savur di mundeghili de la nona e quel d’una bucaa de nèbia. La nèbia che la m’ impienisa i öcc, adess, tanta che scrivi. (sarà la cumusion).

Fiöi! Fradei! Questa le la nostra tèra, al noster viv. Fèmm del tütt perché la resta nèta, nèta l’aria, nèta l’acqua ma, supratütt nètt nùmm. Ai “precisetti” dumandì  scüsa per la grafìa,  la sintassi e la gramatica, ma per una volta guardé la lüna e no al didd. I rob che cambien mai, de solit mören. Al dialett l’è viv!

 

Se i minga capì, ecu la tradüsion:

 

La mia lingua

E’ pur vero che per capirsi in questo mondo bisogna sapere l’inglese ma dimenticare la tua prima lingua, quella imparata in casa e non a scuola, è come dimenticare chi sei.  Trovarsi  in mezzo a persone che parlano una lingua che non è la tua e sentire il tuo dialetto, specialmente se si manca un po’ da casa, colpisce ed emoziona. E’ capitato a me, in Argentina in mezzo alla confusione di un casinò, di sentire due coniugi di una certa età parlare il mio dialetto, e tutto si è fermato; per un momento ho sentito il profumo del fieno, della terra bagnata da un acquazzone e dei fiori del sambuco e dell’acacia; ho visto i prati, i campi di mais, i pioppeti ed il Ticino; ho sentito il frinio delle cicale, il canto dell’usignolo ed il fischiare del merlo; il sapore delle polpette della nonna e quello di una boccata di nebbia. La stessa che mi vela gli occhi, adesso per la commozione, mentre scrivo.

 Fratelli facciamo di tutto per tenere viva la nostra terra, pulita come dovrebbe essere l’acqua e l’aria ma soprattutto puliti noi. Teniamo vivo il nostro dialetto e per farlo, bisogna parlarlo anche se qualche vocabolo lo storpieremo e se ne adotteremo inevitabilmente dei nuovi. Le lingue che non cambiano, di solito, muoiono. Il dialetto è vivo!

Ps A coloro che troveranno inevitabili errori nella sintassi e grammatica dialettale, mi scuso sin da adesso e per una volta guardino la luna e non il dito che la indica.

                                                                    VALTER MORI                                                    

                    Lega Nord-Lega Lombarda

 

 

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Aggiornato il:

10/09/2008

   

    

 

 

 

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